In questo spazio raccolgo riflessioni, esperienze e pensieri che nascono dal cammino accanto alle donne e alle famiglie, e dal mio percorso personale come madre e donna.
Tra le dita scorrono momenti di maternità, passi di crescita e il silenzioso dialogo tra chi accompagna e chi viene accompagnata.
Puoi leggere, fermarti, tornare: questo spazio nasce per chi cerca un punto di osservazione gentile.
Aprile 2026
Con la mia prima figlia la frase ricorrente era “Un attimino”, la dicevo talmente spesso che “Attimino” ho pensato potesse essere la sua prima parola.
Ora invece, da quando è nato il mio secondo figlio, la frase è diventata: "Volèmose bène!”.
La uso in svariate occasioni mentre parlo con i miei figli:
"Volemose bene ma la mamma deve anche mangiare", "Volemose bene ma la mamma deve fare la cacca", "Volemose bene ma la mamma deve guardare il muro per 5 minuti in silenzio da sola", etc.
Ma la vera forza di questa espressione ho visto che si manifesta soprattutto verso i consigli non richiesti che un genitore ogni giorno deve, aimé, sorbirsi.
I consigli non richiesti hanno spesso questo schema:
Iniziano con un “Scusa se te lo dico.”
Contengono paure e insicurezze della persona che li dispensa
Si concludono con un “Poi fate voi, siete voi i genitori.”
Vediamo come il Volèmose bène evita potenziali aggressioni verbali e/o fisiche, e ci libera da quel terribile amaro in bocca che ti accompagna per tutta la giornata, e a volte anche di più, quando incontri qualcuno che ha l'impellente bisogno di dirti come crescere i tuoi figli.
Cominciamo dall'intro “Scusa se te lo dico”: facciamo che non ti scuso perché nel mondo degli adulti si è responsabili delle proprie azioni e parlare è esattamente un’azione, compiuta dalla tua lingua dopo essersi, si spera, sincronizzata con il tuo cervello. Quindi no, non ci sono scuse, ma semplicemente scelte di dire o non dire ciò che si pensa in maniera empatica. Siccome però, sono intelligente, diciamo che ti comprendo.
Comprendo che forse appartieni ad una generazione che ha castrato ogni forma di espressione emotiva.
Comprendo che sei un ultras del movimento “Abbiamo sempre fatto così”, e che la sola idea di mettere in discussione il fatto che un bambino di sesso maschile si possa vestire di rosa e non di azzurro ti destabilizzi.
Comprendo che se credi ancora che dallo psicologo ci vadano "i pazzi", sarà complicato parlarti del tuo bambino interiore trascurato e ferito.
Comprendo che quando credi che tenere in braccio il proprio figlio sia viziarlo, dentro di te ci sia un bisogno inascoltato di contatto e di amore.
Comprendo ma non ti scuso.
E soprattutto, non avendo ancora raggiunto né il Nirvana né la santità, ti comprendo facendo una serie di sforzi.
Il primo è quello di lasciarti finire di parlare, e quindi dedicarti tempo della mia vita.
Il secondo è quello di ascoltarti senza cominciare a pensare mentre parli a che risposta darti.
Il terzo è quello di guardarti negli occhi, cercando di vedere oltre le parole che mi dici, e non mandarti subito dove immagino mi manderesti tu per primo se mi azzardassi anche solo a dirti cosa fare dell'euro del tuo carrello.
E poi lo sforzo più grande sarà quello che farò quando concluderai il tuo monologo con la formula magica-lavamani peggio di Ponzio Pilato-scarica responsabilità-ricatto psicologico: “Poi fai tu, il figlio è tuo”.
Un bel respiro.
Anzi due bei respiri, e ultimo sforzo di comprensione sul fatto che non è una questione di potere, o di possesso o di ruoli.
Non faccio io perché il figlio è mio.
Faccio io semplicemente perché l’educazione dei figli è un’espressione di sé. Ognuno educa i figli a proprio modo non perché i figli gli appartengano ma perché ognuno è ciò che è, con il suo retaggio, le sue ambizioni e i suoi desideri. Inoltre, colpo di scena, i figli sono persone.
Sembra incredibile ma anche loro hanno diritto di pensiero e di parola e non sono un mero prolungamento del corpo dei genitori. Quindi, non faccio io perché mio figlio è il mio piccolo tesoro (potete leggerlo anche alla Gollum se vi suona meglio), faccio io perché sono io che guardo e vedo mio figlio nella sua espressione nella ricerca di sé, e con tutti i mezzi che ho cerco di stare al suo passo perché si conosca e riconosca in sé stesso e non diventi un quadro cubista composto da un’accozzaglia di parti di altri.
Lo vedete ora il potere del Volèmose bène?
Il suo potere si manifesta in quel microscopico spazio che separa la comprensione dei limiti dell'altro e l’accettazione dei propri. Se in quello spazietto ci mettete un Volèmose bène e non un (lasciamo al lettore la fantasia di mettere la parola che preferisce), accade la magia.
Sì perché, questo Volèmose bène messo lì ha due splendidi significati: il primo è quello letterale, e cioè vogliamoci bene, aiutiamoci, smettiamola di metterci in difficoltà l'uno con l'altro.
Poi c’è il secondo significato, quello che chiarisce molto bene la questione “Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”. Siamo tutti connessi, siamo tutti nella stessa barca e, indipendente da quanto è grande il comune in cui vivi, siamo una comunità. C’è una cosa però che anche nel villaggio più inclusivo non deve mai mancare: i confini.
La tua libertà di espressione finisce dove inizia la mia disponibilità ad accettarla. Questo è il secondo significato del Volèmose bène: pensiamo alle conseguenze delle nostre parole prima di dirle…e vogliamoci il bene l'uno per l’altro.
Marzo 2026
Consapevolezza.
Questa parola ultimamente mi perseguita.
La leggo e la sento ovunque, nei libri, nei video, mentre faccio la spesa, in sala yoga, fuori dall'asilo, ovunque.
Una parte di me assomiglia a mio zio ad ogni cenone di Natale.
Lui sosteneva che l’omosessualità fosse “arrivata” negli ultimi anni e che fosse una moda del momento, perché prima non esistevano “tutte quelle persone lì”. Ecco a volte io ho lo stesso atteggiamento di mio zio verso il concetto di consapevolezza.
È come se qualcosa dentro di me diffidasse di questa parola, e del suo cugino inglese empowerment. Come se ci fosse qualcosa di oscuro, di taciuto dietro e dentro questo vocabolo, come se non volesse dircela tutta, e nel suo presentarsi innocente come un agnello nasconda i bianchi canini del lupo.
Per fortuna, ad un certo punto interviene un’altra parte di me che, rassicurando l'anziana signora che vive dentro di me e ragiona come mio zio, svela il mistero di questa oscurità presunta nella parola consapevolezza.
Partiamo dall' etimologia che è sempre molto bello come incipit.
Consapevolezza deriva dal latino cum (“con”) e sapere (“conoscere”), e indica la capacità di sapere e comprendere qualcosa con piena coscienza.
Ed ecco che parte l'effetto matrioska: che cos'è la coscienza?
La coscienza è la capacità della mente di essere consapevole di sé stessa e della realtà, permettendoci di percepire ciò che accade dentro di noi, come pensieri ed emozioni, e fuori di noi, riconoscendolo come esperienza propria; in parole semplici, è ciò che ci consente di dire “so che sto pensando” o “mi rendo conto di ciò che succede”.
Il termine deriva dal latino conscientia, formato da cum (“con”) e scire (“sapere”), e significa quindi “sapere insieme”, cioè sapere qualcosa insieme a sé stessi. In sintesi, è la consapevolezza viva di esistere e di ciò che si vive.
Ma quanto è bella la definizione di coscienza?!
Altro che ragione, logica e metodo scientifico, quelli in confronto sono tarallucci e vino. Qui stiamo parlando di “sapere qualcosa insieme a sé stessi”, qualcuno direbbe: “Ostriche e champagne!”.
Avete presente quei momenti in cui, immersi nei propri pensieri o nel silenzio della propria casa, si cominciano i monologhi con sé stessi? Quelli belli articolati con domanda e risposta, commenti coloriti, mugugni, sbuffi e gesticolate decise come solo un italiano che dà indicazioni stradali sa fare.
C’è chi la coscienza se la immagina così: un qualcuno che ti parla. Per alcuni è fatta come il grillo parlante di Pinocchio, per altri come Homer Simpson vestito da angioletto e diavoletto, e poi c’è anche chi ha detto che quella voce che noi sentiamo come nostra in realtà è la voce di Dio. La coscienza è sempre con noi, è parte di noi, o forse siamo semplicemente noi.
E la consapevolezza, invece?
Abbiamo visto nella sua etimologia che indica la capacità di sapere e comprendere qualcosa con piena coscienza. Essendo quindi una capacità verrebbe da chiederci se è innata o può essere acquisita nel corso della vita.
La risposta più adatta è forse quella che darebbe anche il mio caro amico Michele e cioè: “dipende”.
Forse nasciamo con un bello starter kit di consapevolezza, perfetto per ogni occasione, versatile, pronto all'uso e molto intuitivo, confezionato in una ecologissima borsa di tela. Poi però, crescendo sopra questo meraviglioso starter kit cominciamo ad appoggiare, paure, schemi sociali, stereotipi, modelli, preconcetti, aspettative e in un attimo non riusciamo più ad infilare la mano nella nostra bellissima borsa “cruelty free”.
Un giorno poi, vai al Conad o a prendere tuo figlio all'asilo, o sei ferma al semaforo ad aspettare il verde e senti qualcuno dire “Consapevolezza”. Non hai seguito il discorso, non sai quale sia il contesto in cui questa parola è inserita ma ti muove qualcosa dentro. Un piccolo scossone che fa cadere un po' di quella roba che si era ammontonata sul tuo starter kit di consapevolezza e inizi ad intravedere i manici della borsa. E lì qualcosa di te si ricorda di quel gadget incredibile che ognuno di noi ha ricevuto gratuitamente. Allora ti avvicini a questi manici e cerchi di tirare fuori la borsa, di liberarla dalla montagna di pesi che la bloccano e non ti permettono di aprirla. E cominci a cercare su Google cosa vuol dire mindfullness, magari leggi dei libri sull’argomento o semplicemente leggi dei libri, cominci a fare attenzione ai gesti che compi mentre cucini, ti scarichi un’app per fare meditazione, inizi ad arrampicare, ti intrippi pesantemente con uno sport, punti la sveglia ad orari folli, vai ad una lezione di prova di pilates, ti metti a studiare il sanscrito, magari inizi a fare quei viaggi organizzati “zaino in spalla” con un gruppo di sconosciuti o esperienze immersive di ritiri in natura di 2-3 giorni, monitori il tuo battito cardiaco, impari tecniche di respirazione e quando sei in giro ti guardi intorno come se fosse la prima volta che vai in quel posto.
Sai cosa hanno in comune tutte queste cose?
Un ritorno a sé, al proprio corpo e al proprio sentire. Attraverso le azioni torniamo ad allenare la nostra capacità di entrare in connessione con qualcosa o qualcuno in totale presenza. Non abitiamo più solo nell'attico del mentale, ma scendiamo in taverna a vedere in quel vecchio scatolone del nostro corpo che cosa avevamo messo via perché al momento non ci serviva ma a cui eravamo troppo legati per liberarcene.
Riscopriamo un modo di vedere, di vivere e di sentire che non è una moda del momento, o la crisi dei 30 anni o di mezza età. Scopriamo che questa tanto sentita consapevolezza, e suo cugggino empowerment, sono sempre esistiti da che esiste il mondo. Che per riuscire a stare bene, nel vero e proprio senso della parola, e quindi stare bene nel momento, nello spazio, con le persone e tutto ciò che ci circonda, lo possiamo fare solo se iniziamo ad utilizzare la consapevolezza come capacità principale per aiutarci a distinguere ciò che ci riempie e ciò che ci svuota.
La vecchia signora timorosa che vive in me e si lascia spaventare al solo udire “consapevolezza”, forse è quella parte sana e importante di ognuno di noi che ci fa essere cauti. Forse questa tenera vecchia (come direbbe Giovanni in Al, John and Jack) è l'istinto di conservazione. Ma quando la tua radura si inaridisce, l’acqua scarseggia e il tuo riparo è diventato troppo piccolo per proteggerti, lo stesso istinto di conservazione ti porta a spostarti per vivere in una maniera differente a quella a cui ti stai condannando. E quindi, alla mia dolce vecchietta che mi bisbiglia: “Sei sicura che quella roba lì della consapevolezza non ci fregherà?”, io oggi voglio rispondere semplicemente che quando ho fame non riesco a pensare e quindi prima ci conviene spostarci da questa radura arida, rifocillarci e poi vedere il da farsi con questa consapevolezza...il tutto però a pancia piena che così si sceglie meglio.
Febbraio 2026
La bellezza di queste due parole per me è infinita.
Sono due vocaboli che, al momento, non hanno la fama che meriterebbero. E quando finalmente l'avranno, sarà il primo passo verso un necessario cambio di visione verso la gravidanza e la maternità, in generale.
Entriamo un po' più nel dettaglio.
Che cos'è la Matrescenza?
Matrescenza è il termine che descrive il processo psicologico, emotivo e identitario attraverso cui una donna diventa madre. Indica l’insieme di cambiamenti profondi — fisici, ormonali, mentali e sociali — che accompagnano la transizione alla maternità. In parole molto semplici è un po’ come “l' adolescenza della madre". Così come l’adolescenza è la fase di passaggio dall’infanzia all’età adulta, la matrescenza è il passaggio dall’identità di donna a quella di madre.
Il concetto è stato introdotto negli anni ’70 dall’antropologa americana Dana Raphael, la stessa che ha contribuito a diffondere il termine “doula”.
Dal punto di vista biologico, il corpo attraversa cambiamenti intensi. Durante la gravidanza e nel periodo successivo al parto, gli ormoni si modificano in modo significativo: estrogeni e progesterone aumentano e poi calano bruscamente, l’ossitocina favorisce l’attaccamento e la relazione con il neonato, la prolattina sostiene l’allattamento. Il cervello si adatta, diventando più sensibile ai segnali del bambino. E parallelamente avviene una ridefinizione dell’identità.
Può emergere la sensazione di aver perso temporaneamente parti di sé o di essere sospese tra la donna che si era e la madre che si sta diventando. Questo non significa che l’identità precedente scompaia, ma che si sta trasformando e ampliando. È un processo di integrazione, non di sostituzione.
Conoscere la matrescenza è importante perché permette di dare un nome a ciò che si sta vivendo.
Sapere che esiste un processo fisiologico e psicologico di trasformazione aiuta a normalizzare le difficoltà e a ridurre il senso di isolamento. In definitiva, la matrescenza non è un momento isolato, ma un percorso che può durare mesi o anni e porta con sé fragilità e forza, perdita e scoperta, fatica e crescita.
Che cos'è l'Esogestazione?
L’esogestazione è un concetto che descrive l’idea che la gestazione umana non si concluda realmente con il parto, ma prosegua nei primi mesi di vita del neonato al di fuori dell’utero.
È una teoria proposta dall’antropologo Ashley Montagu, secondo cui i primi nove mesi dopo la nascita rappresentano una sorta di “seconda gestazione”, questa volta esterna.
L’essere umano, rispetto ad altri mammiferi, nasce in una condizione di particolare immaturità neurologica e motoria. Questo avviene perché il cervello è molto grande e, per ragioni evolutive legate alla conformazione del bacino, il parto deve avvenire prima che il neonato sia completamente sviluppato. Di conseguenza, il bambino umano nasce "biologicamente prematuro” rispetto al suo potenziale di maturazione.
Secondo il concetto di esogestazione, nei primi mesi di vita il neonato ha ancora bisogno di condizioni che ricordino quelle uterine: contenimento, calore, contatto continuo, ritmo, movimento, suoni familiari come il battito cardiaco.
Il pianto frequente, il bisogno di essere tenuto in braccio, la richiesta costante di vicinanza non sarebbero quindi “vizi” o dipendenze, ma bisogni fisiologici coerenti con questa continuità gestazionale.
Il contatto pelle a pelle, il portare il bambino in fascia, l’allattamento frequente e la risposta pronta ai segnali del neonato possono essere letti proprio in quest’ottica: non come eccesso di accudimento, ma come adattamento evolutivo.
In questa fase, la regolazione emotiva e fisiologica del bambino dipende ancora in larga parte dalla presenza dell’adulto. È attraverso la relazione che il neonato impara gradualmente a regolare sonno, fame, temperatura, stress.
Comprendere l’esogestazione aiuta a normalizzare la dipendenza del neonato e a ridimensionare le aspettative sociali di autonomia precoce. Un bambino che chiede vicinanza non è “troppo attaccato”: sta seguendo un bisogno biologico di continuità e sicurezza. Allo stesso tempo, questa consapevolezza può sostenere i genitori nel riconoscere che l’intensità dei primi mesi è fisiologica e, per sua natura, temporanea.
Concludiamo evidenziando come l’esogestazione si collega profondamente alla matrescenza. Mentre il bambino continua la sua "gestazione" fuori dall’utero, anche la madre sta completando un processo di trasformazione. I bisogni intensi del neonato possono contribuire a quella sensazione di fusione, di dedizione totale, ma anche di fatica e ambivalenza che caratterizzano i primi mesi.
In una cultura che spesso idealizza la maternità come un’esperienza esclusivamente gioiosa, riconoscere la complessità di questa fase aiuta a diminuire la vergogna e il senso di colpa quando le emozioni non corrispondono alle aspettative.
Inoltre, la consapevolezza di tutto questo promuove un cambiamento culturale più ampio, invitando a riconoscere il carico invisibile della maternità e l’importanza del sostegno familiare e sociale.
Gennaio 2026
Ardha Chandrasana, o detta anche Mezza Luna, è una posizione yoga.
Si pratica portandosi su di un piede, frontali con il busto, si scende lateralmente portando a terra la mano, si sollevano il braccio e la gamba opposte e infine, si rivolge lo sguardo verso l'alto.
E da qui ci si espande.
Ci si espande in tutte le direzioni: la gamba e il braccio poggiati a terra ci fanno espandere verso il centro della Terra, il braccio in alto verso il Cielo e la testa e la gamba sollevate ci mandando a destra e a sinistra. Il centro di questa espansione siamo noi che in quella posizione rimaniamo lì e allo stesso tempo andiamo ovunque.
L'altra mattina mi sono soffermata a guardare l'angelo che vedi in copertina. Me lo ho regalato una cara amica dicendomi: "Questo angelo è il simbolo del coraggio. Per diventare mamma ne serve tanto di coraggio, e tu ce l'hai. Ricordatelo sempre."
E allora mi sono chiesta: ma ce l'ho davvero questo coraggio? Dove si vede il mio coraggio?
La risposta è arrivata rimanendo a guardare quella statuetta.
Proprio come nell'eseguire Ardha Chandrasana (che comunque è molto più facile a farsi che a dirsi) anche questo angelo si espande in tutte le direzioni con le braccia alzate, le gambe divaricate e lo sguardo al Cielo. E se questo è il simbolo del coraggio allora forse avere coraggio vuol dire espandersi in tutte le direzioni rimanendo al centro di sé stessi, e diventare madre è esattamente questo.
In alto ci sono i cosiddetti modelli, le aspettative, tutte quelle idee che si hanno sul tipo di madre che si vuole essere e quindi con lo sguardo puntiamo a tutto questo poter essere e ci espandiamo per provare a raggiungerlo. Poi abbiamo il basso, dove i nostri piedi sono ancorati e ci tengono in equilibrio. Qui è dove siamo oggi, dove ci appoggiamo per rimanere in piedi e trarre tutta la forza che la Terra riesce a darci tirandoci verso di lei per tenerci su.
Intorno a noi abbiamo tutto e tutti, e questo intorno ci avvolge, a volte ci stringe e altre volte quasi ci fa mancare l'aria. In questo destra-sinistra abitano i suggerimenti, i consigli, gli abbracci, le strette di mano, le gomitate, le pacche sulla spalla, gli "abbiamo sempre fatto così", gli sguardi.
E poi, ecco l'ultima direzione, il nostro dietro, il passato.
Quell'amico silenzioso che quando diventi mamma improvvisamente ha la voce più alta di tutti e ti tira con così tanta forza verso di lui che al posto di espanderti rischi semplicemente di cadere e rimanere solo lì, indietro.
Espandersi dietro sé stessi è forse l'espansione che più mette a repentaglio il rimanere in equilibrio, perché il passato pesa e a volte questo peso è inaspettato.
E così quella mattina, guardando l'angelo del coraggio, ho capito che Delia aveva ragione, anche io forse il coraggio ce l'avevo davvero.
Ce l'ho il coraggio perché voglio che essere madre non diventi un tiro alla fune né con me stessa, né con gli altri e nemmeno con il mio passato. Voglio rimanere lì, nel centro e provare davvero ad espandermi in tutte le direzioni senza perdere l'equilibrio. Alcuni giorni mi viene semplice, altri giorni invece assomiglio più ad un porcellino di S. Antonio che si è preso paura e sono tutto il contrario dell'espansione.
Forse la verità è che troppo spesso ci dimentichiamo che una madre è un semplicemente un essere umano, non è un essere ultraterreno e nemmeno lo deve diventare. Una madre è una donna che in tutta la sua trasformazione ed evoluzione cerca semplicemente di rimanere in equilibrio, con lo sguardo rivolto al Cielo ricolmo di quella speranza che intorno a lei ci sia sempre ciò di cui avrà bisogno, che sia dentro, dietro o vicino a lei.