In questo spazio raccolgo riflessioni, esperienze e pensieri che nascono dal cammino accanto alle donne e alle famiglie, e dal mio percorso personale come madre e donna.
Tra le dita scorrono momenti di maternità, passi di crescita e il silenzioso dialogo tra chi accompagna e chi viene accompagnata.
Puoi leggere, fermarti, tornare: questo spazio nasce per chi cerca un punto di osservazione gentile.
Gennaio 2026
Ardha Chandrasana, o detta anche Mezza Luna, è una posizione yoga.
Si pratica portandosi su di un piede, frontali con il busto, si scende lateralmente portando a terra la mano, si sollevano il braccio e la gamba opposte e infine, si rivolge lo sguardo verso l'alto.
E da qui ci si espande.
Ci si espande in tutte le direzioni: la gamba e il braccio poggiati a terra ci fanno espandere verso il centro della Terra, il braccio in alto verso il Cielo e la testa e la gamba sollevate ci mandando a destra e a sinistra. Il centro di questa espansione siamo noi che in quella posizione rimaniamo lì e allo stesso tempo andiamo ovunque.
L'altra mattina mi sono soffermata a guardare l'angelo che vedi in copertina. Me lo ho regalato una cara amica dicendomi: "Questo angelo è il simbolo del coraggio. Per diventare mamma ne serve tanto di coraggio, e tu ce l'hai. Ricordatelo sempre."
E allora mi sono chiesta: ma ce l'ho davvero questo coraggio? Dove si vede il mio coraggio?
La risposta è arrivata rimanendo a guardare quella statuetta.
Proprio come nell'eseguire Ardha Chandrasana (che comunque è molto più facile a farsi che a dirsi) anche questo angelo si espande in tutte le direzioni con le braccia alzate, le gambe divaricate e lo sguardo al Cielo. E se questo è il simbolo del coraggio allora forse avere coraggio vuol dire espandersi in tutte le direzioni rimanendo al centro di sé stessi, e diventare madre è esattamente questo.
In alto ci sono i cosiddetti modelli, le aspettative, tutte quelle idee che si hanno sul tipo di madre che si vuole essere e quindi con lo sguardo puntiamo a tutto questo poter essere e ci espandiamo per provare a raggiungerlo. Poi abbiamo il basso, dove i nostri piedi sono ancorati e ci tengono in equilibrio. Qui è dove siamo oggi, dove ci appoggiamo per rimanere in piedi e trarre tutta la forza che la Terra riesce a darci tirandoci verso di lei per tenerci su.
Intorno a noi abbiamo tutto e tutti, e questo intorno ci avvolge, a volte ci stringe e altre volte quasi ci fa mancare l'aria. In questo destra-sinistra abitano i suggerimenti, i consigli, gli abbracci, le strette di mano, le gomitate, le pacche sulla spalla, gli "abbiamo sempre fatto così", gli sguardi.
E poi, ecco l'ultima direzione, il nostro dietro, il passato.
Quell'amico silenzioso che quando diventi mamma improvvisamente ha la voce più alta di tutti e ti tira con così tanta forza verso di lui che al posto di espanderti rischi semplicemente di cadere e rimanere solo lì, indietro.
Espandersi dietro sé stessi è forse l'espansione che più mette a repentaglio il rimanere in equilibrio, perché il passato pesa e a volte questo peso è inaspettato.
E così quella mattina, guardando l'angelo del coraggio, ho capito che Delia aveva ragione, anche io forse il coraggio ce l'avevo davvero.
Ce l'ho il coraggio perché voglio che essere madre non diventi un tiro alla fune né con me stessa, né con gli altri e nemmeno con il mio passato. Voglio rimanere lì, nel centro e provare davvero ad espandermi in tutte le direzioni senza perdere l'equilibrio. Alcuni giorni mi viene semplice, altri giorni invece assomiglio più ad un porcellino di S. Antonio che si è preso paura e sono tutto il contrario dell'espansione.
Forse la verità è che troppo spesso ci dimentichiamo che una madre è un semplicemente un essere umano, non è un essere ultraterreno e nemmeno lo deve diventare. Una madre è una donna che in tutta la sua trasformazione ed evoluzione cerca semplicemente di rimanere in equilibrio, con lo sguardo rivolto al Cielo ricolmo di quella speranza che intorno a lei ci sia sempre ciò di cui avrà bisogno, che sia dentro, dietro o vicino a lei.
Febbraio 2026
La bellezza di queste due parole per me è infinita.
Sono due vocaboli che, al momento, non hanno la fama che meriterebbero. E quando finalmente l'avranno, sarà il primo passo verso un necessario cambio di visione verso la gravidanza e la maternità, in generale.
Entriamo un po' più nel dettaglio.
Che cos'è la Matrescenza?
Matrescenza è il termine che descrive il processo psicologico, emotivo e identitario attraverso cui una donna diventa madre. Indica l’insieme di cambiamenti profondi — fisici, ormonali, mentali e sociali — che accompagnano la transizione alla maternità. In parole molto semplici è un po’ come “l' adolescenza della madre". Così come l’adolescenza è la fase di passaggio dall’infanzia all’età adulta, la matrescenza è il passaggio dall’identità di donna a quella di madre.
Il concetto è stato introdotto negli anni ’70 dall’antropologa americana Dana Raphael, la stessa che ha contribuito a diffondere il termine “doula”.
Dal punto di vista biologico, il corpo attraversa cambiamenti intensi. Durante la gravidanza e nel periodo successivo al parto, gli ormoni si modificano in modo significativo: estrogeni e progesterone aumentano e poi calano bruscamente, l’ossitocina favorisce l’attaccamento e la relazione con il neonato, la prolattina sostiene l’allattamento. Il cervello si adatta, diventando più sensibile ai segnali del bambino. E parallelamente avviene una ridefinizione dell’identità.
Può emergere la sensazione di aver perso temporaneamente parti di sé o di essere sospese tra la donna che si era e la madre che si sta diventando. Questo non significa che l’identità precedente scompaia, ma che si sta trasformando e ampliando. È un processo di integrazione, non di sostituzione.
Conoscere la matrescenza è importante perché permette di dare un nome a ciò che si sta vivendo.
Sapere che esiste un processo fisiologico e psicologico di trasformazione aiuta a normalizzare le difficoltà e a ridurre il senso di isolamento. In definitiva, la matrescenza non è un momento isolato, ma un percorso che può durare mesi o anni e porta con sé fragilità e forza, perdita e scoperta, fatica e crescita.
Che cos'è l'Esogestazione?
L’esogestazione è un concetto che descrive l’idea che la gestazione umana non si concluda realmente con il parto, ma prosegua nei primi mesi di vita del neonato al di fuori dell’utero.
È una teoria proposta dall’antropologo Ashley Montagu, secondo cui i primi nove mesi dopo la nascita rappresentano una sorta di “seconda gestazione”, questa volta esterna.
L’essere umano, rispetto ad altri mammiferi, nasce in una condizione di particolare immaturità neurologica e motoria. Questo avviene perché il cervello è molto grande e, per ragioni evolutive legate alla conformazione del bacino, il parto deve avvenire prima che il neonato sia completamente sviluppato. Di conseguenza, il bambino umano nasce "biologicamente prematuro” rispetto al suo potenziale di maturazione.
Secondo il concetto di esogestazione, nei primi mesi di vita il neonato ha ancora bisogno di condizioni che ricordino quelle uterine: contenimento, calore, contatto continuo, ritmo, movimento, suoni familiari come il battito cardiaco.
Il pianto frequente, il bisogno di essere tenuto in braccio, la richiesta costante di vicinanza non sarebbero quindi “vizi” o dipendenze, ma bisogni fisiologici coerenti con questa continuità gestazionale.
Il contatto pelle a pelle, il portare il bambino in fascia, l’allattamento frequente e la risposta pronta ai segnali del neonato possono essere letti proprio in quest’ottica: non come eccesso di accudimento, ma come adattamento evolutivo.
In questa fase, la regolazione emotiva e fisiologica del bambino dipende ancora in larga parte dalla presenza dell’adulto. È attraverso la relazione che il neonato impara gradualmente a regolare sonno, fame, temperatura, stress.
Comprendere l’esogestazione aiuta a normalizzare la dipendenza del neonato e a ridimensionare le aspettative sociali di autonomia precoce. Un bambino che chiede vicinanza non è “troppo attaccato”: sta seguendo un bisogno biologico di continuità e sicurezza. Allo stesso tempo, questa consapevolezza può sostenere i genitori nel riconoscere che l’intensità dei primi mesi è fisiologica e, per sua natura, temporanea.
Concludiamo evidenziando come l’esogestazione si collega profondamente alla matrescenza. Mentre il bambino continua la sua "gestazione" fuori dall’utero, anche la madre sta completando un processo di trasformazione. I bisogni intensi del neonato possono contribuire a quella sensazione di fusione, di dedizione totale, ma anche di fatica e ambivalenza che caratterizzano i primi mesi.
In una cultura che spesso idealizza la maternità come un’esperienza esclusivamente gioiosa, riconoscere la complessità di questa fase aiuta a diminuire la vergogna e il senso di colpa quando le emozioni non corrispondono alle aspettative.
Inoltre, la consapevolezza di tutto questo promuove un cambiamento culturale più ampio, invitando a riconoscere il carico invisibile della maternità e l’importanza del sostegno familiare e sociale.